Nozione di volume tecnico

T.A.R. Lazio-Roma, Sez. I,  n. 3299 del 23.03.2018

Massima

La nozione di “volume tecnico”, non computabile nella volumetria, corrisponde a un’opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, destinata solo a contenere, senza possibilità di alternative  impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. In sostanza, si tratta di impianti necessari per l’utilizzo dell’abitazione che non possono essere in alcun modo ubicati all’interno di questa, come possono essere – e sempre in difetto dell’alternativa – quelli connessi alla condotta idrica, termica o all’ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo.

Sentenza

FATTO e DIRITTO

Con il presente ricorso è stato impugnato il provvedimento n. 148 del 2 novembre 2016 con cui il Responsabile del servizio –Sportello unico per l’edilizia del Comune di Valmontone ha ordinato la demolizione delle opere abusive realizzate in via Colle Formale Nuovo n. 11, in zona agricola di piano regolatore (al catasto al foglio 23 particella 918) costituite da: sopraelevazione su manufatto oggetto di condono edilizio, elevata su una sola falda del tetto, delle dimensioni di circa m 5,00 x 11,00 con altezza minima di mt. 2,20 e altezza massima di mt. 3,00 destinata a sottotetto, in difformità dalla domanda di condono presentata, ai sensi della legge n. 47 del 1985, il 27 marzo 1986.

Sono state formulate le seguenti censure:

– violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990, per la mancata notifica agli altri comproprietari;

– violazione dell’art. 3 del d.p.r. 380 del 2001; eccesso di potere, difetto di istruttoria, contraddittorietà manifesta, trattandosi di un volume tecnico;

– violazione dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990 eccesso di potere per difetto di motivazione; contraddittorietà; indeterminatezza dell’oggetto del provvedimento impugnato;

– violazione e falsa applicazione dell’art. 31 del d.p.r. 380 del 2001; dell’art. 38 della legge n. 47 del 1985.

Si è costituito il Comune di Velletri, contestando la fondatezza del ricorso.

Alla camera di consiglio dell’11 aprile 2017, fissata per l’esame della domanda cautelare, è stata chiesta la cancellazione dal ruolo delle domande cautelari.

All’udienza pubblica del 13 marzo 2018 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

Con la prima censura si sostiene la illegittimità del provvedimento di demolizione impugnato, in relazione alla mancata notifica di detto provvedimento agli altri comproprietari.

Tale censura non è suscettibile di accoglimento, in relazione al costante orientamento giurisprudenziale, per cui la mancata notifica dell’ordinanza di demolizione a uno dei comproprietari non ne inficia la legittimità, comportandone semmai l’inefficacia relativa nei confronti del solo comproprietario interessato, ai fini della successiva acquisizione del bene al patrimonio pubblico (per tutte, Tar Campania, Napoli, 21 giugno 2017, n. 3377). Inoltre, tale omissione è censurabile esclusivamente dal soggetto nel cui interesse la comunicazione stessa è posta, dato che alcun pregiudizio può discendere in capo a chi ha ricevuto ritualmente la notificazione dell’atto per effetto della mancata notifica del provvedimento agli altri comproprietari del bene (Tar Campania, Napoli, 8 marzo 2016, n. 1269).

Con ulteriore censura si lamenta la illegittimità della demolizione, in quanto la sopraelevazione oggetto del provvedimento sarebbe un mero volume tecnico.

Tale ricostruzione difensiva non può trovare accoglimento.

Per costante giurisprudenza, infatti, la nozione di “volume tecnico”, non computabile nella volumetria, corrisponde a un’opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché è destinata solo a contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica del tutto contenuta, impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. In sostanza, si tratta di impianti necessari per l’utilizzo dell’abitazione che non possono essere in alcun modo ubicati all’interno di questa, come possono essere -e sempre in difetto dell’alternativa- quelli connessi alla condotta idrica, termica o all’ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo (Consiglio di Stato, 8 febbraio 2016, n.507; 1 dicembre 2014, n. 5932; 31 marzo 2014 n.1532).

In primo luogo, la parte ricorrente ha solo dedotto in ricorso che la sopraelevazione costituisca un volume tecnico, senza alcuna dimostrazione in fatto che tali volumi siano effettivamente destinati ad ospitare impianti tecnologici. Anzi, tale circostanza, nel caso di specie, appare incompatibile con le stesse dimensioni della sopraelevazione e la consistenza del volume realizzato, risultanti dal provvedimento di demolizione e dalla relazione di sopralluogo del 19 luglio 2016, con allegate fotografie, depositata in giudizio dalla difesa del Comune.

Si tratta, infatti, di una superficie complessiva di 55 metri quadri per una altezza minima di 2,20 metri e massima di 3 metri. L’ampiezza di tali dimensioni comporta inequivocabilmente la realizzazione di una nuova costruzione.

Gli ulteriori motivi di ricorso sono stati proposti in relazione alla acquisizione al patrimonio comunale, disposta in mancanza di una previa valutazione di interesse pubblico e senza la individuazione specifica del bene da acquisire.

Tali censure sono inammissibili nel presente giudizio, in quanto il provvedimento di demolizione impugnato contiene solo l’avvertimento circa la successiva acquisizione, in caso di inadempimento all’ordine di demolizione, prevista ai sensi dell’art. 31, comma 3, del d.p.r. 380 del 2001, per cui “se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune”.

L’acquisizione non è stata dunque disposta con il provvedimento impugnato.

Per costante giurisprudenza, inoltre, l’individuazione dell’area di sedime da acquisire al patrimonio comunale, in caso mancata spontanea esecuzione dell’ordine di demolizione, non deve necessariamente farsi nel provvedimento che impartisce l’ordine, potendo essere effettuata anche successivamente mediante distinto provvedimento, e precisamente in quello in cui viene accertata l’inottemperanza all’ordine impartito (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 7 luglio 2014, n. 3438; T.A.R. Lombardia Milano 6 febbraio 2017 n. 299; T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 27 luglio 2015, n. 3941; T.A.R. Toscana, sez. III, 13 gennaio 2015, n. 31).

Con riferimento al provvedimento di demolizione, dunque, la mancata individuazione dell’area da acquisire e della identificazione catastale della stessa, non costituisce causa di illegittimità dell’atto, con conseguente infondatezza della censura, se riferita al provvedimento di demolizione.

Nel caso di specie, infatti, risulta dal provvedimento impugnato, la individuazione dell’immobile e la dimensionale consistenza delle opere realizzate in assenza di titolo edilizio, circostanze peraltro non contestate in fatto dalla difesa ricorrente.

In conclusione, il ricorso è infondato e deve essere respinto.

Le spese, liquidate in complessive 1.500,00 euro (millecinquecento/00), oltre accessori di legge, seguono la soccombenza e devono essere poste a carico della parte ricorrente.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

 

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