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Sulla possibilità o meno  per cittadini di altri Stati U.E.  di accedere alla dirigenza pubblica in Italia 

Massima 

 Il chiaro tenore dell’art. 14, comma 2-bis, del d.l. 84/2014, convertito in l. 106/2014, non risulta aver modificato o derogato l’art. 38 d.lgs. 165/2001 nella parte in cui limita l’accesso  dei cittadini degli Stati membri della U.E. a posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell'interesse nazionale. Il carattere “internazionale” è  previsto dal primo periodo della norma solo in relazione agli “standard” che devono essere perseguiti  in via regolamentare dal MIBACT in materia di musei, ma non anche  in relazione alle “procedure di selezione pubblica” (  secondo periodo)  per il conferimento degli incarichi di direzione dei poli museali e degli istituti di cultura statali di rilevante interesse nazionale. 

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Sui presupposti della revoca dell'aggiudicazione definitiva 

La revoca  di un provvedimento amministrativo, a differenza dell'annullamento d'ufficio che postula l'illegittimità dell'atto rimosso,  esige una valutazione di opportunità ampiamente discrezionale , seppur ancorata alle condizioni legittimanti dettagliate all'art. 21 quinquies L. n. 241/1990  in ordine a sopravvenuti motivi di interesse pubblico, al mutamento della situazione di fatto, imprevedibile al momento dell'adozione del provvedimento, ad una rinnovata e diversa valutazione dell'interesse pubblico originario. Pertanto, in tema di contratti pubblici,  ai sensi del combinato disposto degli artt. 11, co. 7 e 9, d.lgs. n. 163 del 2006 (Codice degli appalti 2006), e 21 quinquies, l. n. 241 del 1990, è pienamente legittima la revoca di un provvedimento di aggiudicazione definitiva di appalto pubblico motivata  da sopravvenute difficoltà finanziarie della stazione appaltante, ovvero carenza “ab origine” di copertura finanziaria, nonché esigenza di conseguire risparmi di spesa.

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Massima 

Sull'ammissibilità ( limitata ) dei motivi aggiunti nel giudizio elettorale

La Giurisprudenza ammette i motivi aggiunti in materia elettorale in termini estremamente ristretti ritenendo deducibili quelli che costituiscono solo un'esplicitazione, puntualizzazione o svolgimento delle censure già ritualmente dedotte, non potendo trattarsi di nuovi motivi di ricorso derivanti da ulteriori vizi emersi, in particolare a seguito di verifiche disposte dal giudice.

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